Il Sig. Caldarrosta

Quante volte mi è capitato di sentirmi dire di no. A chi poi non è capitato, a tutti, ci mancherebbe.

Non sto parlando di quei no restituiti a domande esistenziali o quelli comunque ragionati e leciti. Sto parlando di quei no detti un po’ per pigrizia, per avarizia, anche un po’ per sfida se svogliamo.

Credo ci siano persone, potrei sbagliarmi, quelle magari un po’ timide o semplicemente più sagge, che di no ne hanno sentiti pochi nella vita, restii a domandare. Io invece, a differenza dei saggi, ho sin da giovane sviluppato un amore viscerale per la formula “male che vada non cambia nulla”. Davvero. La uso da sempre, la tramando e la diffondo anche con moto d’orgoglio perché, checché io ne dica, spesso funziona. Funziona soprattutto con le persone “sintoniche”, in sintonia con me per la precisione, quelli che avrebbero detto sì, che avrebbero pure capito la domanda prima di sentirla. Solo che non è che il mondo è fatto interamente di persone sintoniche, lo sappiamo.

Comunque, ogni volta che mi trovo a dover risolvere una questione che necessita l’intervento di qualcun altro mi dico semplicemente “tu chiedi, male che vada non cambia nulla”. E chiedo.

E lo feci anche quella volta, venti anni scarsi di me, spiazzo davanti al Castello Sforzesco. Un freddo paura, un paesaggio metropolitano grigio e assiderato come in certe foto di Bresson. Ero da sola. No, forse no, forse c’era in giro qualche amico diventato un po’ nebbia anche lui adesso, passeggiante al di fuori dal mio campo visivo.

Ad ogni modo, davanti al Castello Sforzesco, c’era la persona che diventò uno dei miei più ricordati “no” della vita: il signore delle caldarroste. Intanto, occorre dire che le caldarroste sono sempre, ma dico sempre, almeno a Milano, costate mezzo rene e un arto a scelta. Sempre. Non è che solo adesso sono care, no. Sempre state.

Ora: io non vado matta per le caldarroste, mi innervosisco prima di provare piacere per il loro sapore perché mi ustiono ogni cosa ne entri in contatto e questa cosa influenza pesantemente il mio giudizio palatale. E quella volta ne desideravo una sola, evidentemente attratta più dal profumo che dall’idea. Comunque una, una sola caldarrosta.

“Buongiorno”, dissi nel mio mantra male-che-vada-non-cambia-nulla, “sarebbe così cortese da regalarmi una caldarrosta?”. Oddio magari in quei miei vent’anni non sono stata proprio così diplomatica ma ricordo abbastanza bene un approccio medio-gentile smorzato ulteriormente dal cappellino di lana grigia con le punte a mo’ di codini.

Una! Una caldarrosta pescata in quell’immenso cesto metallico brulicante di ustionanti frutti marroni. Non so perché non volessi comprarla o meglio perché non proposi l’acquisto al posto del dono, al signor Caldarrosta. Forse perché mi sembrava meno gentile, irrispettoso, una presa in giro.

Beh, comunque avete capito. Rispose “no”.
E non “no, non posso, se vuoi devi prendere tutto il sacchetto” oppure “no, c’è là il vigile e poi mi fa la multa” (la usavano per tutto, questa risposta, pure se non aveva senso).
Disse un solo, secco, no.
E poi continuò a mescolare le sue creature morte mezze nere e mezze aperte come tulipani carbonizzati.

Il mio grande rammarico, il pensiero che assieme al ricordo non è mai svanito in questi anni è non avergli domandato “perché no?”. Perché, Sig. Caldarrosta, non me ne ha regalata una? Qual è la risposta giusta, quella più sensata, a questa domanda? La più ovvia e anche comoda credo sia “perché se le regalo non ci guadagno nulla” che poi è anche vero, per carità, ampliando il raggio d’azione a tutti i passanti del Castello Sforzesco e parenti. Però non mi convince, c’è qualcosa che ancora non torna.

Così, negli anni, alla formula “chiedi, male che vada non cambia nulla”, ho fatto seguire anche un timido “perché no?” in caso di risposta non esaustiva.

Ma, come succede spesso quando si cerca di trovare il bandolo della matassa senza avere idea di quanto grande sia il gomitolo, quello che non ho ancora trovato è una giusta reazione, che mi renda tranquilla e sazia, quando poi, in chiusura, la sentenza finale non è altro che un asettico “Perché no”.

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