La casa di carta

Non so dire, oggi, se amassi o meno quelle scarpe. Quelle nere con i buchini, con gli “occhietti” li chiamavo, che la mamma mi metteva spesso la domenica assieme alle calze di cotone bianco e alla gonna scozzese con la spilla. Tuttavia credo mi piacessero, non ricordo particolari lamentele a riguardo.

Ecco, dovevo avere cinque, sei anni, quando in una domenica di quelle, vestita a modo e cosparsa di sentite raccomandazioni, andammo a trovare il nonno Luigi. E dal nonno Luigi, dovete sapere, c’erano un sacco di cose veramente caratteristiche e sorprendenti. Prima di tutto c’era una sala grande dove ci stavamo tutti (e tutti potevamo essere tanti) e, in questa sala, appeso subito a sinistra c’era il quadro proibito. Sì, proibito, il grande quadro che alla mamma dava un po’ fastidio perché c’era dipinta una donna parecchio sdraiata ma soprattutto molto nuda. Già.

Poi, sotto il quadro, c’era un divano. Il divano e tutte le altre cose non davano per niente fastidio alla mamma. Il divano era fatto con della stoffa un po’ marrone a cerchi, tipo vellutino. Tanti cerchi che si ripetevano e avvicinavano e affiancavano come in un’illusione ottica ma un po’ meno convincente. E di fianco al divano, proprio attaccatissimo, c’era incastrato nel bracciolo di legno un posacenere color argento, o forse si dice acciaio. Il nonno premeva una linguetta e quello si divideva velocissimo a metà e improvvisamente sia la cenere che le sigarette mezze morte scomparivano in un buco inquietante e senza fondo. Senza lasciare traccia. Io credo finissero in un giardino lontano.

Era incredibile quella casa, credetemi, piena di misteri e di stanze proprio come un castello di prim’ordine.

E in questa casacastello abitavano, oltre al nonno Luigi, anche la nonna Jolanda ma soprattutto la zia Luisa. Che per molti anni non è stata la “zia Luisa”, ma bensì la “Zialuisa”, tutto attaccato. Ed è con la Zialuisa che puntualmente arrivava il bello di queste visite delle quali, vi dirò onestamente, non è che io capissi tutto. Mi era chiaro che andavamo a salutare di persona delle persone che valeva la pena salutare ogni tanto e a mangiare con loro la torta assieme al caffè oppure senza caffè se eri piccolo. La torta comunque potevi mangiarla sempre e a volte la mamma, prima di partire, comprava anche le paste con la crema e quelle con la chiave di violino perché se vai da qualcuno non è educato andarci a mani vuote (e credo di aver capito che non puoi riempirle con delle cose a caso oppure usate).

Comunque, quando andavo a trovare tutti loro, dopo essermi comportata bene i primi trenta minuti, con i baci sulle guance e tutto il resto, torta mangiata e mani lavate che se no sporchi in giro, guardavo la Zialuisa che mi capiva subito e a buon passo andavamo zitte zitte nella sua stanza.

La Zialuisa aveva una stanza in fondo al lungo corridoio, era proprio l’ultima. E in fondo alla stanza, aveva una scrivania, sotto la finestra. Forse la Zialuisa non aveva un letto, perché io proprio non me lo ricordo, però so per certo che aveva dei cesti grandi con dentro della lana e dei maglioni rotti, a volte senza maniche e anche infilzati da ferri e da spille. Non so proprio che cosa ci facesse con dei maglioni in quello stato ma non mi importava molto perché la mia meta era la sua scrivania.

Lì, lei tirava fuori dei fogli, un paio di forbici, la colla e i pennarelli. Li metteva tutti in ordine pronti per essere usati. E così, nel silenzio della casacastello, con le voci degli adulti lontane e tutte avvolte dal secondo caffè, la Zialuisa cominciava a creare. Piegava con cura il foglio, illustrando ogni gesto con la voce dolce e le mani calme. Faceva dei tagli, piegava piccoli pezzi, incollava e colorava e disegnava e arricchiva tutta la sua opera. Costruiva una delle sue case di carta che non erano semplici case come quelle un po’ storte e piatte che disegnavo io, no. Le sue case avevano i segreti dentro: piano piano potevi aprire una persiana, anche due (o tre o quattro se la casa era grande) e vederci dietro la cameretta di un bimbo, di una bimba, oppure lo studio di un papà che aveva lo studio. Potevi aprire la porta e vedere com’era dentro la bella stanzetta d’ingresso. Potevi aprire anche un garage se c’era una macchina nella famiglia oppure notare le tendine appese alla finestra del soggiorno.

Osservavo la Zialuisa fare tutto questo, sapendo che poi quel piccolo mondo sarebbe stato mio e allora mi dicevo che una volta tornata a casa avrei provato a farne una anche io. Ma poi, alla fine, materiali sparsi sul tavolo e foglio bianco davanti, cambiavo sempre idea perché in sin dei conti io non volevo essere i mattoni della casa.

Io non volevo conoscere in anticipo che cosa si nascondeva dietro a una porta o dietro tutte quelle finestre. Volevo aprirle piano piano, quando arrivava il momento, senza sapere nulla di ciò che avrei scoperto. E senza sapere che una di quelle finestre poi, rimasta incollata da un gesto imprevisto, un giorno non si sarebbe più aperta.

Ma dietro c’è ancora tutto. Dentro la casa, dietro la finestra incollata, c’è ancora tutto quello che essa nasconde. E non occorre stare lì a scollarla con la forza, che poi si guasta il resto.

Basta semplicemente guardare in controluce.

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