La linea

Una linea perfetta. Sottile, sottile, dritta e lontanissima, intenta a separare – con libero arbitrio – il materico dall’impalpabile.

La osservavo così, ogni nuova mattina, la linea. Mi svegliavo con la calma di chi sa che quel giorno null’altro avrà da fare se non respirare a pieni polmoni. Socchiudevo gli occhi pianissimo, per centellinare quei primi istanti della giornata. Li aprivo indugiando e lei era laggiù, il fil rouge del mondo. La linea che separava il cielo dall’oceano, il blu dal verde, acqua d’un Van Gogh spruzzato di Pollock.

Stava appesa da una parte all’altra dell’orizzonte, così come appesa era l’amaca dalla quale l’osservavo. Vento attorno e terra sotto. Non avrei mai, mai, voluto abituarmi a quella vista.

Zipolite, Oaxaca, Mexico. Dicembre 2001.

Dormivo in mezzo alla foresta, sospesa tra due travi di un tapanco, abbastanza in alto da evitare incontri con insetti sproporzionati e sufficientemente in basso da poter scendere agilmente in caso di necessità:

“È meglio se di notte la fai nel bosco, ché nel bagno non la vedi la tazza, al buio” mi dissero quando arrivai, ospite di amici.

Il tapanco era una semplice struttura formata da un ampio piano in legno sopraelevato, sorretto da quattro pali, munito di scala e utile per riporre oggetti oppure per dormire. O per appenderci un’amaca nel caso qualcuno non volesse dormici sopra. Insomma, una specie di annesso alla casa principale, entrambi situati nella foresta. Anche se dire casa è un po’ fuorviante.

Legno, legno, legno, impreziosito da fiori in acrilici sgargianti. Un tavolo gigante, tre grandi stanze, di cui un paio senza il tetto, e uno scorpione come animale domestico in aggiunta a due cani. Un bancone, decorato con mandala variopinti, sul quale bottiglie di Mescal stazionavano mezze piene a ogni ora. E, sparsi ovunque, sgabelli di ogni grandezza ricavati dai tronchi degli alberi, certi mobili, taluni fissi, radicati nel terreno da centinaia di anni.

“È che l’abbiamo costruita attorno agli alberi, la casa. Prima gli sgabelli, poi il bancone, dopo le stanze. Dobbiamo ancora metterci il tetto, magari prendiamo dei pannelli, se poi non ce li rubano di notte”.

Nonostante i quaranta gradi mangiavamo con maglie e pantaloni lunghi, per evitare le zanzare. Una mano teneva la forchetta e l’altra si muoveva sopra al piatto per allontanare gli insetti dal pesce. Lo si comprava a Puerto Angel, il pesce, portandolo sino a Zipolite in taxi. Un pescione di svariati chili, riuscite a immaginare la scena? Poi lo si puliva, si tagliava a pezzi piccini piccini e lo si cuoceva semplicemente con il limone. E si aggiungevano le uova e un bel po’ di peperoncino e, tutto mescolato assieme, questo piatto era la nostra colazione. E a volte anche il pranzo. O la cena.

Si aggiunsero altri amici durante i giorni di permanenza, eravamo una decina scarsa sistemati tra amache e tapanco.

La casa nella foresta era su una collina a pochi passi dal centro. Dai due centri, a dirla tutta. Uno era quello che con il tempo sarebbe diventato “turistico”, scarsamente fornito di acqua ma già provvisto di internet point per controllare le email. L’altro era quello che viveva di notte, nel cuore del bosco al di là della strada. Era animato da un pub chiamato “La Livelula”, da fiumi di Tequila con verme annesso e da personaggi non esattamente rassicuranti. È stato per salutare i proprietari del pub, un giorno prima di partire, che successe quel che successe.

“Prepariamo una torta e andiamo giù a cena, che ne dite?”

Pensavo fosse impossibile preparare una torta nella foresta, non mi ero nemmeno accorta di una specie di forno incassato nella zona cucina.

“Che torta facciamo?”

“Alla marja! Farina, lievito, latte, uova, cacao e marja! Magari con sopra la Nutella!” (la Nutella deve essere arrivata prima di Vespucci, evidentemente).

“Ma che regalo è? Se non gradiscono il genere?”

Persone che mi fissano ammutolite.

“Ooook. Facciamola”.

Vidi tirare fuori da una panca delle enormi foglie di palma seccate, dalla forma di piccole barche. Dentro c’erano svariate foglie di marja: ne pestarono un po’ con il latte e aggiunsero il tutto all’impasto della torta. Ma fu quando mettemmo il tutto a cuocere, che allora, davvero, successe quel che successe.

Alcuni iniziarono ad andare al pub.

“Voi venite giù tra un’oretta con la torta pronta, noi intanto passiamo a prendere da bere e vediamo come organizzare la cena”.

“Ok, a dopo”.

Ma ci fu un imprevisto… già. Aspettammo un po’ troppo, o forse il forno era troppo caldo, fatto sta che la torta si bruciò. Non tantissimo. E ovviamente non fu questa la cosa peggiore.

È che decidemmo di togliere la parte bruciata della torta, per lo più i lati e la parte sopra, ricoprendola poi di Nutella per mascherare il danno. Non se ne sarebbe accorto nessuno. E buttammo le parti bruciate lì, ai margini della casa. Sono super biodegradabili. Ed eravamo nella foresta, no? Facevamo la cacca nella foresta, giusto? Perché non buttarci delle croste, nella foresta. Più che legittimo.

Occultate le prove e orgogliosi della nostra creazione iniziammo a scendere verso il pub quando sul breve sentiero che collegava la collina alla strada principale incrociammo il proprietario di casa che tornava su.

“Andate, andate voi, devo prendere due bidoni d’acqua che al pub sta finendo”.

“Ah ok, va bene, a dopo, ci vediamo giù”.

Non passò molto tempo quando sentimmo gridare i nostri nomi dalla collina, con la cadenza spagnola del proprietario di casa che risultava parecchio inquietante.

“¿Qué has hecho? Che cosa avete fatto?” urlava a gran voce.

Ci guardammo senza capire mentre i nomi si avvicinavano sempre di più. Lui correva, correva agitatissimo verso il pub, potevamo vederlo tra gli alberi e, dietro, i cani che lo seguivano.

“I cani! I cani! Stavano mangiando la torta, i cani! “¿Qué has hecho? Che cosa avete fatto?”

“Oh, merda! Le croste!”

Prima che ci raggiungesse scappammo in strada, direzione oceano, noi davanti, lui dietro assieme ai cani che correvano a volte in tondo e per il tempo restante con le zampe rivolte verso l’interno.

Sentivamo le risate delle persone ai margini della strada, i nostri nomi urlati assieme a strane espressioni spagnole, l’abbaiare vagamente distorto di quelle povere creature vittime della nostra leggerezza.

E sentivamo nel petto un cuore di ventenni che scoppiava di vita, di esperienze non ancora fatte, di voglia di correre sempre più veloce verso quell’oceano, verso la linea, che ci divideva dal nostro mondo ma che se non smettevi mai di cercarla, al mondo intero ti ci legava assieme.

“Tutti i confini sono convenzioni in attesa di essere superate. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso.” {Cloud Atlas}

 

Zipolite, Oaxaca, Messico

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