La casa di ringhiera

Quando ero piccina, sino ai miei primi cinque anni, ho vissuto in una casa di ringhiera. Tante scale, tantissime porte, molta gente e una bimba. Aveva una bambolina di “Heidi“, fatta di gomma, e un pomeriggio attraverso il cancelletto che divideva i nostri due settori propose di regalarmela in cambio dell’uva che stavo mangiando. Fu uno scambio memorabile per entrambe. Perlomeno in quel momento.

C’erano quattro piani di scale da fare a piedi, nella casa di ringhiera. Non scale ripide e faticose, no. Erano di quelle scale alte dieci o dodici centimetri non di più, molto larghe, in pietra durissima. In cima alle scale, sul ballatoio a destra, il nostro appartamento. Due grandi vani separati da un muro: cucina e camera da letto. Nessun bagno, quello era in comune fuori, sul ballatoio.

– “Mamma e la doccia?”
– “Quale doccia?”
– “La doccia mamma, la doccia per lavarsi”
– “Ma no Katya, non c’era la doccia. Però per te avevamo preso una piccola vasca. Ti scaldavo l’acqua, eri fortunata: eri l’unica che potesse fare un vero bagnetto! Ti sentivi molto speciale!”

Nella casa di ringhiera abitava anche un’anziana signora: la Signora Celestina. Non ricordo di averla mai vista in piedi, la Signora Celestina. Sempre seduta, sempre sorridente, mite. Portava uno scialle di un colore tenue, i capelli raccolti. Una nonnina da calendario.
Spesso quando andavo a trovarla mi dava dei confetti, dei dolcetti, chiusi in piccoli centrini che realizzava all’uncinetto. Doveva essere uno dei suoi migliori amici, l’uncinetto, il suo passatempo calmo, la sua pace. È con l’uncinetto che mi fece anche il vestitino per una piccola bambola, che ancora esiste, e che porta con sé il ricordo delle sue mani anziane, pazienti, dei giorni di quiete.

Sopra l’ultimo piano, con una breve rampa di scale si raggiungeva il solaio. Un posto terrificante: era indubbiamente brulicante di mostri nascosti, insetti rari, topi enormi e bestie sconosciute. Insomma, un posto da incubo. Ci si andava per stendere i panni, quelli grandi come le lenzuola, che per gli altri c’erano i fili davanti al ballatoio. O per lasciare cose che in casa non ci stavano, forse all’epoca non le rubava nessuno. Io arrivavo sino agli ultimi gradini, sbirciando la mamma e controllando che nulla potesse accaderle durante quelle sconsiderate faccende. Mia mamma era veramente coraggiosa! Non sembrava per nulla intimorita, davvero, che mamma pazzesca.

Infine, ricordo una tartaruga. Una tartaruga che andava più lenta di qualsiasi tartaruga al mondo. Stava giù in cortile, un po’ libera e un po’ prigioniera delle mani di tutti i bambini che abitavano la casa di ringhiera. Non lo so chi ce la mise, non ricordo fosse di qualcuno in particolare. Quello che so è che non visse esattamente tantissimo: oltre a lei, il cortile era abitato da gatti indisciplinati e credo di averla vista giusto un paio di giorni. Speriamo sia scappata molto lontano.

Casa di ringhiera

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